Il sangue delle parole

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“Leggere, rileggere i versi di Cheikh Tidiane Gaye porta a riflettere sulla condizione di profonda ingiustizia che si vive perché la realtà è ancora tutta infestata di razzismo, di pregiudizio; né la storia ha ancora portato al pieno riscatto di tutte quelle popolazioni che per secoli sono state sottomesse, depauperate, deprivate della loro ricchezza.”


Confronta
Categoria:

Descrizione

“Leggere, rileggere i versi di Cheikh Tidiane Gaye porta a riflettere sulla condizione di profonda ingiustizia che si vive perché la realtà è ancora tutta infestata di razzismo, di pregiudizio; né la storia ha ancora portato al pieno riscatto di tutte quelle popolazioni che per secoli sono state sottomesse, depauperate, deprivate della loro ricchezza.”

– Raffaele Taddeo

“Nel configurarsi di ogni lirica si intravvede la fiducia del poeta nella forza rigeneratrice della parola poetica, che proprio per questo può e sa assumere una capacità rivoluzionaria, per una rivoluzione
non tanto politica, quanto piuttosto esistenziale, in quanto originata dalla consapevolezza che tutti gli uomini hanno gli stessi diritti e devono avere le stesse opportunità nella società, per la comune natura umana che va opportunamente riconosciuta e giustamente collocata nell’universale disegno della Natura.”

– Rosa Elisa Giangoia

Informazioni aggiuntive

ISBN

978-88-32152-06-7

Anno di pubblicazione

Pagine

82

Formato

2 recensioni per Il sangue delle parole

  1. Fabia Ghenzovich (proprietario verificato)

    Per Cheikh Tidiane Gaye, fornaio dei V-E-R-S.I come lui stesso desidera essere chiamato, la parola diviene ponte di speranza, ponte tra autore e lettore, ponte tra popoli, perchè Tidiane crede nella possibilità di un’autentica trasformazione, nel senso di una parola di pace che accoglie, non divide, non ostenta, ma si schiera con coraggio e si fa voce dei poveri, dei dannati della terra. Il tema è quello della ingiustizia, ma la parola non chiude alla possibilità di una trasformazione esistenziale collettiva. Quindi il sangue delle parole sgorga da ritmi e canti originari, dal suono dello xalam e del sorong, dal profondo dell’Africa, dalla radice della vita con ardore di rinascita, perchè la parola libera da pregiudizio, diviene universale e si avvicina a quella natura che siamo, e che sa parlare al cuore degli uomini. Questa consapevolezza e questa forza nascono dalla conoscenza della sofferenza e della solitudine, eppure la parola purificata da ogni mercificazione e dal rancore, gli permette di dire: sono zingaro / nel mio pensiero / sono rom / nel riflettere / sono nero nel sangue / sono giallo / perchè vivace / sono …. la mia sillaba feconda che cerca la strada della pace.
    La forza espressiva delle parole di Tidiane, cattura attraverso metafore originali una naturale empatia di chi lo legge o ascolta, ed è lo sguardo di ogni uomo liberato dalle catene del mondo, che diviene una benedizione.
    E’ lo sguardo di un poeta, nato in Senegal, di nome Cheikh Tidiane Gaye, fabbro dei V-E-R-S-I.
    Io voglio l’albero / per farmi un nido / e accogliere / tutti gli uccelli /di ogni ramo / mi farò altalena /
    che legherà / la terra e il cielo/ o come in “Tolleranza” : Pianterò a Gerusalemme, Gaza, Palestina / l’albero della tolleranza e aprirò gli occhi dei profughi /di Darfur e del Congo/.
    In questo sguardo aperto e antico “ogni popolo reciterà la sua libertà”.

    Fabia Ghenzovich

  2. Monica Buffagni

    (di Monica Buffagni. Tutti i diritti riservati)

    Il poeta della primavera: così può essere definito Cheikh Tidiane Gaye, la cui raccolta di poesie “Il sangue delle parole” è uscita pochi mesi fa per Kanaga edizioni. Una primavera luminosa e sofferta, che è rinascita, speranza, riscatto e leggerezza di vita, una primavera che ricorre nella maggior parte delle sue composizioni come un filo verde che ci guida, un sonno primaverile- come citato nella poesia omonima che regala il titolo alla raccolta- fragile, dolce, inquieto e odoroso-anzi, “odorante”, come leggiamo in “La taverna”-, che si apre in un maggio orgoglioso e di compiuta pienezza conquistata.
    “In maggio mentre ci sorride primavera”, ci racconta uno dei rari e massimi esponenti della “Negritudine “ in Italia, si realizza il passaggio, duramente conquistato e fortemente voluto, da una situazione di disagio esistenziale e sociale, che si fa bandiera sommessa e delicata della ingiustizia del pregiudizio, verso un equilibrio non solo personale ,bensì collettivo, un equilibrio culturale ed umano come punto di arrivo di una vita e di tante vite.
    La lotta per una giustizia sociale, per il superamento delle discriminazioni, per il raggiungimento di una convivenza di culture, lingue e tradizioni,che sia rispetto e accoglienza, l’impegno sociale, temi fortemente presenti in questo autore, sono esplicitati, tradotti, costruiti attraverso la delicatezza e la forza dirompente delle parole, della poesia come scrittura, manipolazione di parole, strumento di crescita personale e ancor più sociale.
    La parola, modulata dai sussurri urlati che solo la poesia può conoscere e dare, diviene freccia per andare alla ricerca della propria identità, intesa come miscela di contraddizioni, di culture di provenienza e di adozione, di ricerca del sé più complesso e completo, attirato e insieme bloccato da diverse tensioni e sfumature-condizione profondamente e peculiarmente umana, che qui, più che altrove, si dispiega e si svela ,in un ricamo linguistico sottile, lieve e sferzante insieme, quasi che i toni e i ritmi dei due idiomi -quello italiano usato dal poeta, quello senegalese che di lui fa parte integrante, al suo interno-danzassero insieme per afferrare il lettore, senza che se ne accorga.
    Colpisce, infatti, la capacità di coniugare contenuti forti, sociali, universali, legati alle proprie radici, quasi animisti, temi di forte passione e coinvolgimento, con una delicatezza di espressione, una levità piana, gentile, di accoglienza non solo di pensiero, ma anche di modalità. Levità senz’altro aiutata dall’utilizzo di versi molto
    brevi, spesso di non più di un paio di parole, versi liberi che assomigliano a farfalle colorate intensamente, che si alzano nel cielo e viaggiano silenziose-in un silenzio carico di parole, sotto cieli spesso accecanti, troppo intensi, a volte troppo bui e scuri, notti e giorni come macchie di vita sparse e ritrovate con fatica.
    Mi piace qui sottolineare come sia possibile, anzi, consigliabile al lettore, perdersi in una lettura più personale, identificativa, di ricerca della magia della parola poetica, oltre che in quella, forse più immediata e conosciuta, della tensione sociale di Gaye; l’incanto della natura, sia essa della propria terra madre, sia quella più simbolica che scorre nelle stagioni -è un’epifania di rigoglio assoluto che confluisce nell’estate-, la luna che appare e scompare, il miele dell’alfabeto universale, immagini che troviamo negli scritti e che ci incantano sottovoce, suggeriscono e tacciono, urlano e spengono.
    E’ importante, per il poeta, il passato, sono le fondamenta della sua storia, del suo popolo, del suo esistere: è “il passato che allatta la memoria”(“Rifugio”), è “il passato che richiama, che ricanta, che solleva le salive del suono”(“Si spoglia la nascita”) e chi scrive ha il compito di conservare, ricordare, proteggere, di diventare “il granaio del passato”.
    Allo stesso modo, lo scrittore deve essere profondamente consapevole del ruolo, del fascino, della potenza misteriosa, magica, dell’atto della scrittura, questa scelta profonda e totale, che trasforma e incide sulla realtà, forse più di ogni altra azione umana; ed è così che incontriamo “gli dei dei vocaboli, nel tempio delle parole”, dipinti del “colore delle sillabe”, come se il proprio corpo fosse fatto di lettere, e avesse al suo interno il sangue liquido delle parole, ogni vocale oro puro.
    È qui che ci conduce Cheikh Tidiane Gaye, ed è qui che chiunque ami scrivere, in particolare poesia, così come chiunque ami leggere e farsi trasportare dal pensiero, riesce ad identificarsi pienamente, ritrovando angoli della sua esperienza personale, attraverso altrui parole, nella loro piena, umana, consistenza, vero “sangue delle parole”.

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