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Un silenzio a due voci

13,00

La silloge di Nadia Lisanti “Un silenzio a due voci” si presenta in una forma originale sia nei contenuti che nel dettato. Non parlo di stile, perché quello è impulso biologico inconscio e non dipende dalla volontà dell’autore. Nei versi, o nei interni all’ipermetro, è spesso sospesa un’atmosfera tra il lirico e il filosofico, e l’intreccio dell’ipometro con la tessitura lunga crea sincopati di forte resa musicale, o lacerti di racconto che portano con sé polemiche, pensieri che potrebbero assurgere a saggezza di proverbio, coinvolgimenti emotivi a cui non si resta indifferenti.


Le parole della quarantena

15,00

L’epidemia sta all’origine della nostra tradizione letteraria con le sue radici affondate nel mito, per il duplice significato di “diffusione rapida di una malattia” e, presso gli antichi Greci, di “apparizione di una persona, soprattutto di una divinità”, perché nella mentalità del mondo greco il diffondersi di una malattia era il segno della manifestazione contrariata di un dio, di solito Apollo, nei confronti degli uomini.

[…]
Noi, ormai troppo fiduciosi nella scienza, pensavamo che tutto questo appartenesse solo al passato, come testimonianza di quel dolore insito nella Storia da cui ci illudevamo, più o meno inconsciamente, di essere fuori. Credevamo di avere consapevolezza di eventi di questo tipo solo attraverso la letteratura che riportava quanto avvenuto in tempi ormai lontani o creava situazioni immaginarie, cariche di valenze metaforiche, queste sì per indurci a riflettere sul male che insidia l’esistenza umana, di fronte a cui, ormai lo sappiamo bene, non c’è altro “rimedio” che l’accettazione del nostro limite e il reciproco aiuto.


In compagnia del pensiero – Jean-Jacques Rousseau in quarantena a Genova

14,00

Era una solitudine diversa da quella che tante volte aveva ricercato e che sempre più avrà cara negli anni successivi: non c’era, nel lazzaretto, la gioia della natura, non c’erano discrete presenze nelle quali apprezzare l’umanità. Tutto si presentava piuttosto come un’assenza, un continuo rinvio, un vuoto che imponeva di essere riempito dal solo pensiero.

La sosta che J.J. Rousseau dovette fare a Genova in quarantena per rischio di peste nel 1743, durante il viaggio in direzione di Venezia per la breve parentesi diplomatica della sua “carriera”, è un inatteso buco nero nella pur documentatissima biografia del pensatore ginevrino.


Noi, italiani neri – storie di ordinario razzismo

14,00

Rappresentiamo il Mediterraneo… Rimuginai a lungo su quella frase. Duemila anni di storia e di mescolanze, migrazioni e integrazioni, di conquiste violente e dominazioni secolari, quanto avevano imbastardito i ceppi etnici? Cosa rendeva “italiano” un nativo dell’Italia? La lingua? Chiunque può impararla bene dopo qualche anno. La religione? E gli italiani doc che si convertono all’islam non sono più italiani? Le usanze alimentari? Ma anche una ragazza dai tratti maghrebini nata qui può amare al massimo gli spaghetti e la pizza. E allora? Come si misura l’appartenenza? Con quanto si ama quel Paese?


Léopold Sédar Senghor- il cantore della Negritudine

15,00

LÉOPOLD SÉDAR SENGHOR
(Joal, 9/10/ 1906 – Verson, 20/12/2001)
“La vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi apporti delle civiltà straniere…”

JOAL
Joal!/Mi ricordo.
Mi ricordo le signare all’ombra verde delle verande /Le signare dagli occhi surreali come un chiaro di luna sul greto del fiume.
Mi ricordo i fasti dell’Occaso /Dove Koumba N’dofène voleva far tagliare il suo manto regale.
Mi ricordo i banchetti funebri fumanti del sangue delle greggi sgozzate /Del chiasso delle querelle, delle rapsodie dei griot.